Kløver Bridge

Torneo Nazionale Città di Sorrento: cosa mi è piaciuto e cosa (proprio) no

Torneo Nazionale Città di Sorrento: cosa mi è piaciuto e cosa (proprio) no

C’è chi inaugura l’anno con buoni propositi, chi con una dieta destinata a durare poco e chi, più coraggiosamente, con un torneo nazionale nuovo di zecca. A Sorrento hanno scelto la terza strada: poche parole, molte carte distribuite e una scommessa nemmeno troppo nascosta. Il risultato? Una prima edizione che, senza fare rumore, ha riempito i tavoli e convinto tutti che l’azzardo fosse tutt’altro che avventato.

Torneo Nazionale Bridge Città di Sorrento: il bilancio

Nonostante l’assenza di una grande campagna pubblicitaria e un periodo logisticamente complesso, a ridosso delle festività di Capodanno, il bilancio è più che positivo: 31 squadre partecipanti al torneo a squadre e 52 al coppie rappresentano un risultato di assoluto rilievo per un primo anno. L’articolo sarà soprattutto sullo squadre perché il 4 gennaio le nonne ci hanno richiamato all’ordine e non abbiamo potuto partecipare al coppie.
La gara  si è svolta senza intoppi: cinque turni da sei smazzate nella prima fase e tre turni serali dopo cena. Tutto è filato liscio, grazie a una direzione tecnica di ottimo livello, precisa, puntuale e sempre presente.

Cosa mi è piaciuto del Torneo Città di Sorrento

Ecco cosa mi porterò a casa di questo primo Torneo Nazionale in Città:

  • I tempi giusti: con molte squadre in sala e qualche team strutturalmente lento non è semplice… ma tutti a casa prima di mezzanotte.

  • L’atmosfera, sorprendentemente distesa e amichevole per un torneo nazionale: ai tavoli si giocava con grande serietà, ma senza rigidità, con il piacere autentico di essere lì a condividere carte e tempo. Ho una mia teoria, del tutto personale, secondo cui i bridgisti campani siano i veri “bridgisti d’Italia”. Non saprei spiegarlo in modo scientifico, ma ogni volta che incontro un giocatore partenopeo ho la sensazione di una passione profonda, viscerale, che va oltre il risultato. Sono mossi da un entusiasmo tutto loro, che emerge con la stessa forza indipendentemente dal livello tecnico. Sarà che in Campania tutto si ama con intensità, senza riserve, ma nel bridge questa cosa si avverte più che altrove. SECONDO ME.

  • I gadget homemade, curati e intelligenti, con prodotti local che raccontavano il territorio. Bravi.

  • Il dessert finale, degno delle Mille e una Notte, di quelli che riconciliano con il mondo anche dopo l’ultimo turno serale.

  • Battere 3SA a Fantoni, un momento da segnare con l’evidenziatore fluorescente sul diario bridgistico: non mi succederà mai più. Grazie Sorrento.

Cosa non mi è piaciuto del Torneo Città di Sorrento

Detto che il torneo si è svolto complessivamente molto bene e che quanto segue rientra più nella categoria dei dettagli che delle vere criticità, segnalo solo un paio di aspetti che, magari, possono essere spunti utili per il prossimo anno:

  • La mise en place: un Torneo Nazionale “Città di Sorrento” merita un’identità visiva forte e riconoscibile al tavolo (centritavola, scores, board e e bidding box…). Si capisce benissimo che al primo anno il reperimento dei materiali non sia semplice e che le priorità siano altre, ma proprio perché il format funziona, l’anno prossimo si può fare un salto di qualità anche su questo fronte;
  • La pubblicità: ne serve di più e maggiormente distribuita nel tempo per permettere a questo torneo di avere la visibilità che merita.

Ma soprattutto e più di tutto, quello che PROPRIO NON mi è piaciuto di questo Torneo è stato arrivare quarta. Quarta è una posizione filosofica: non vinci, non perdi, non festeggi, ma rosichi. È quel piazzamento che ti costringe a dire “sì, però abbiamo giocato bene” mentre dentro stai rifacendo l’ultima mano da tre giorni. Non abbastanza in alto per gioire, non abbastanza in basso per dimenticare. Arrivare quarta è una forma raffinata di tortura psicologica, soprattutto quando in squadra hai due campioni italiani e uno è tuo marito.

In fondo, questo Torneo Città di Sorrento non ha cercato di dimostrare nulla. È partito, semplicemente, mettendo le persone giuste intorno ai tavoli e lasciando che fosse il bridge a fare il resto. Niente proclami, niente sovrastrutture: solo gioco, organizzazione solida e una passione che non aveva bisogno di essere spiegata.Si è scelto di stare dove il bridge succede davvero: nelle mani giocate fino in fondo, nei tempi rispettati, nell’accoglienza fatta di gesti più che di parole. È da lì che nascono i tornei che durano, quelli che non hanno bisogno di convincerti ma che ti ritrovi a voler rifare.

Il primo passo è sempre una prova di equilibrio. A Sorrento è stato fatto con cura e misura. Il tipo di inizio che ti fa già pensare al ritorno.

 

 

Condividi:

Articoli recenti

Contattaci

Siamo a tua disposizione.
Gentilmente, compila il form oppure contattaci telefonicamente/via mail ai seguenti recapiti.