Kløver Bridge

Noi siamo la resistenza

Noi siamo la resistenza

Domenico Pitti ha 83 anni, è di Palermo e per una vita intera ha fatto del bridge molto più di un gioco: una presenza costante, quasi un modo di stare al mondo. Ha giocato e insegnato, trasmettendo a chiunque lo incontrasse qualcosa che assomiglia molto all’amore. Poi è arrivato un ictus che ha compromesso le sue abilità motorie. A questo punto, la storia potrebbe finire qui. Ma il bridge non funziona così.
Domenico non si è fermato: ha iniziato a scrivere un sistema, a pensarlo, a perfezionarlo. A 83 anni ha anche creato un sito per condividerlo (se volte supportarlo, lo trovate qui: pittibridge.netlify.app). Perché ci sono cose che un ictus può portarti via, ma non la capacità di pensare a una sequenza dichiarativa. E soprattutto non quella testarda ostinazione che trasforma un gioco in una ragione per restare.

Non è un caso isolato: cosa succede al bridge nel Lazio?

La storia di Mimmo non è eccezionale. Non è un caso isolato: è così che vivono le piccole comunità.

Ostia Bridge

Avete mai sentito parlare di Ostia Bridge? In questa piccola Associazione, il bridge è diventato un modo per stare insieme, per vivere il quartiere, per riconoscersi. Qui non si entra per giocare ma essere parte della comunità. Gli allievi non vengono “trattenuti” come risorse da proteggere gelosamente, ma accompagnati. Li portano a giocare altrove, li mettono in contatto con altri insegnanti, gli mostrano altre realtà. Perché quando ti sta davvero a cuore qualcuno, lo lasci libero. Il risultato? Tornano. Frequentano il circolo, lo vivono, perché quella è la loro casa.
A Ostia l’appartenenza non è uno slogan, è una pratica quotidiana. Al punto che nel consiglio direttivo dell’Associazione siede anche un’allieva. Non per concessione, ma per il desiderio di averla proprio lì. Lei – come tutti gli altri – sono parte di qualcosa e non solo numeri all’interno di corsi che si ripetono all’infinito.

Il caso dell’Olgiata

E poi c’è l’Olgiata. Una storia diversa, ma per questo ancora più significativa. Per anni il circolo ha vissuto una lenta erosione: presenze che calavano, entusiasmo che si consumava, tavoli sempre più vuoti. È successo piano, come succedono le cose che nessuno ha il coraggio di fermare. Fino a quando è arrivata una donna con una forza fuori dal comune, capace di ricostruire quello che non si vede: il senso di comunità.

Oggi l’Olgiata è tornata a vivere. Si fanno lezioni per intere giornate, almeno due volte a settimana. I soci non si limitano a incontrarsi al circolo: si cercano anche fuori, condividono tempo, esperienze, pezzi di vita. Io stessa li ho incontrati ieri, a una festa fuori Roma: erano più di 60. Sessanta persone che non stavano giocando a bridge, ma stavano vivendo qualcosa che dal bridge nasce. E forse non è un caso che proprio quella donna oggi sia Presidente ad interim del Comitato Regionale Bridge Lazio. Perché chi sa costruire comunità, prima o poi, finisce per costruire anche tutto il resto.

Questo è il punto che continuiamo a non capire: in questi luoghi le persone si conoscono, si aspettano, si tengono dentro al gioco. Il circolo smette di essere uno spazio fisico e diventa un punto fermo. L’associazione non è un luogo dove giocare, è una forma di appartenenza. E, una volta che ne fai parte, non te ne vai davvero più.

Dal bridge al quotidiano

 

Se allarghiamo lo sguardo, quello che succede dentro queste comunità non riguarda solo il bridge. Riguarda il modo in cui scegliamo di stare al mondo. Perché in un tempo che semplifica tutto, che riduce, che accelera, qui si fa esattamente il contrario: si studia, si pensa, si resta.
In un mondo in cui il pensiero si appiattisce, noi siamo la resistenza. Un manipolo di sognatori un po’ ostinati che non si arrende alla velocità del proprio tempo. Che continua a credere nel valore del pensiero laterale, nella bellezza delle differenze, nella personalizzazione contro l’omologazione.

E allora forse è proprio questo che stiamo difendendo, ogni volta che ci sediamo a un tavolo: non solo un gioco, ma un modo di  esistere. Le piccole comunità  sono un atto di resistenza nel presente. E finché ci sarà qualcuno disposto a restare il bridge non sarà mai solo un gioco. Sarà un posto dove tornare.

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