Kløver Bridge

Ma gli allievi cosa vogliono? Glielo avete chiesto?

Ma gli allievi cosa vogliono? Glielo avete chiesto?

—AGGIORNAMENTO: In seguito alla pubblicazione di questo articolo la Federazione Italiana ha modificato il bando del Societario Allievi specificando meglio le norme di partecipazione degli Ordinari Sportivi.—

 

Mentre tutti ci accapigliamo sui vari gruppi social a discutere della legittimità di un nuovo Campionato, il nuovo Societario svela la vera fame degli allievi: non solo punti, ma appartenenza. Un viaggio tra le Scuole Bridge in tutta Italia dimostra come il futuro non si costruisca solo cercando nuovi giocatori, ma imparando finalmente a coccolare quelli che abbiamo già.

Sono giorni che su tantissimi gruppi dedicati al bridge non si fa altro che disquisire su una decisione federale recentemente ratificata: l’istituzione di un Torneo Allievi Societario con fase finale a Salsomaggiore. Il mondo dei “grandi” si è diviso: troppe gare, troppi viaggi, troppa Salsomaggiore. Eppure, in questo rumore di sottofondo, nessuno aveva pensato di fare la cosa più semplice del mondo: chiedere a chi quelle carte le ha prese in mano per la prima volta solo poco fa, cosa ne pensasse davvero.

La voce di chi non ha mai voce

Nelle discussioni che infiammano i circoli, gli Allievi sono spesso trattati come arredi di sfondo, spettatori silenziosi di un agonismo che sembra appartenere solo a chi ha i capelli grigi e migliaia di punti nel palmares. Ho provato a rompere questo muro di vetro chiamando istruttori e ragazzi un po’ in giro per tutta Italia (ho cercato di fare un sondaggio chiedendo qui e lì tra regioni filo e anti federali) scoprendo un mondo che non aspetta altro che un’occasione per sentirsi protagonista. Non è una statistica bulgara, sia chiaro, ma un campione di vita reale che ci dice una cosa fondamentale: la voglia di partecipare esiste ed è più forte delle polemiche burocratiche. Molti critici sostengono che questo torneo sia inutile perché non “fabbrica” nuovi giocatori dal nulla, ma è un errore di prospettiva clamoroso. Il punto non è sempre andare a caccia di nuovi volti, ma smettere di perdere quelli che hanno già varcato la soglia dei nostri circoli e che spesso si sentono trascurati.

Il paradosso del Sud

L’aspetto più sorprendente di questo viaggio tra le passioni è arrivato dalla Campania e dalla Sicilia, terre dove la distanza dalla finale non è un dettaglio, ma un’impresa che richiede tempo e sacrifici. Eppure, proprio lì, il calore è più forte: la voglia di difendere i colori della propria associazione supera ogni ostacolo logistico o imperfezione del regolamento. C’è chi ammette che la formula sia migliorabile, ma aggiunge subito dopo che l’unica cosa che conta è esserci, caricare le borse in macchina e partire. È il senso della “maglia”, quello che trasforma un gioco individuale in un’avventura collettiva. Molti veterani storcono il naso, dimenticando cosa significhi respirare quell’aria per la prima volta: Salsomaggiore non sarà la meta ideale per una vacanza, ma per un allievo è il luogo dove il bridge smette di essere una lezione e prende finalmente vita.

Fidelizzare è l’arte di saper trattenere

Dobbiamo imparare a distinguere tra il marketing che serve a incuriosire i profani e la strategia che serve a mantenere viva la fiamma in chi ha già iniziato il percorso nelle Scuole Bridge. Possiamo investire fiumi di parole e risorse per attirare nuovi curiosi, ma se poi non siamo capaci di offrirgli una casa accogliente tutto sarà sempre vano. Il Campionato Societario Allievi nasce per questo: non per fare proselitismo esterno, ma per creare una “fidelizzazione”. È la differenza che passa tra una serata trascorsa a cliccare su un computer e il brivido di rappresentare la propria città in un contesto nazionale, sentendosi finalmente parte di una comunità che riconosce il tuo impegno.

Un istruttore toscano mi ha regalato la riflessione più amara e vera di tutta questa indagine: “Qualsiasi attività che riguarda gli allievi li rende felici, perché il nostro è un mondo che non li coccola mai”. È una frase che dovrebbe far tremare le mani a chi gestisce il bridge in Italia, perché rivela una verità spesso taciuta: abbiamo smesso di essere gentili con chi sta imparando, dimenticando quanto sia fragile l’entusiasmo di un principiante. Fare una cosa dedicata esclusivamente a loro non è un “ingolfamento” del calendario, ma una carezza necessaria a chi rappresenta l’unica speranza di sopravvivenza del nostro gioco. Il vero fallimento non è aggiungere una gara, ma aver smarrito la memoria dell’entusiasmo. Se non siamo capaci di proteggere lo stupore di chi comincia, allora i veri ‘allievi’ siamo noi, rimandati a settembre nel gioco più difficile di tutti: quello di competere insieme.

Appello alla Federazione Italiana Gioco Bridge

C’è però un dettaglio che rischia di incrinare la poesia, un cortocircuito regolamentare che meriterebbe una riflessione più profonda prima che l’entusiasmo si scontri con la realtà dei tavoli. Da una parte c’è la Federazione, che prova a non lasciare indietro nessuno. La possibilità di inserire due “Ordinari” è stata pensata proprio per questo: evitare che le ASD con pochi allievi restino fuori dai giochi. L’idea è chiara: meglio qualche correttivo tecnico che un’esclusione.

Dall’altra parte, però, emergono le crepe. Ci sono allievi veri, appena saliti di categoria perché hanno giocato con passione che rischiano di non poter più partecipare. E ci sono Terza Categoria “storici”, rimasti tali per vent’anni perché non fanno simultanei, che possono sedersi al tavolo con un bagaglio tecnico enorme. Il risultato? Un paradosso difficile da ignorare: una squadra composta solo da allievi può trovarsi contro un giocatore che al secondo turno si esibisce in uno squeeze.

L’intento è inclusivo, certo. Ma se per far giocare tutti si finisce per creare squilibri evidenti, il rischio è che qualcuno – proprio chi dovrebbe essere tutelato – si senta escluso pur avendo ancora l’etichetta di “ex allievo” cucita addosso da pochissimo. 

Alla FIGB chiediamo un passo in più: mantenere lo spirito inclusivo della norma, ma affiancarlo a una riflessione sull’equilibrio competitivo. L’intenzione di non lasciare indietro nessuno è giusta e va difesa. Tuttavia, se l’effetto è creare squilibri evidenti o penalizzare proprio chi ha appena compiuto un percorso di crescita, allora serve un correttivo. Inclusione ed equità devono camminare insieme.

 



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