Cinzia Checchi conosce bene i numeri. Li insegue da quando era bambina, li ha trasformati in mestiere con una laurea in matematica e una carriera in IBM fatta di prodotti da lanciare, operazioni da gestire, piani da rispettare. I numeri sono sempre stati il suo alfabeto: freddi, chiari, indiscutibili. Nel 2022, archiviata la carriera da manager, Cinzia va in pensione ma non si ferma. Al Bridge Club Desio decide di riaprire la scuola partendo da zero, scendendo in strada a distribuire volantini come una promoter d’altri tempi. Non un gesto folcloristico, ma un’operazione chirurgica: riportare linfa nuova in un ambiente che rischiava l’anemia.
La sua teoria è semplice: il bridge si salva se si ricomincia dai principianti. Non dagli articoli di regolamento, ma dalle persone. Un messaggio che dice molto più di lei di quanto non possa fare un risultato elettorale.
Pronto intervento Lombardia
Il lavoro di Cinzia non si ferma al club. Nel Comitato Regionale Lombardia ha trasformato la burocrazia in servizio: telefonate periodiche a ogni associazione, messaggi WhatsApp per diffondere le novità, disponibilità continua per chiunque avesse bisogno di una mano. Quando la Riforma dello Sport ha complicato la vita alle ASD, lei e la sua squadra hanno fatto da filtro, da centralino, da traduttori. Più che un comitato, una rete di pronto intervento. E insieme alla squadra Cinzia portava il bridge dove nessuno lo aveva mai visto: nelle scuole elementari. Un seme piantato presto, perché il futuro di questo sport può iniziare anche dalle merende.
“Una squadra eccezionale – lei dice – che ha sempre collaborato a prescindere dalle singole opinioni sul Presidente FIGB in carica, perché per tutti era solo importante lavorare compatti ed in sintonia per la crescita del bridge”.
Il progetto nazionale
Quando le è arrivata la proposta di candidarsi a livello nazionale, Cinzia ha preso tempo. Non conosceva bene Pierfrancesco Parolaro, futuro Presidente, e voleva capire se il progetto fosse davvero praticabile (anche perché lei alla tornata precedente era schierata con Gerli contro Ferlazzo). L’idea per il suo ruolo era chiara: dare alle associazioni un contatto diretto, qualcuno che sapesse come funziona il lavoro sul territorio. Le è stato chiesto di occuparsi proprio di questo, di mantenere il filo tra i club e la Federazione. Alla fine ha accettato, a convincerla – lei dice – è stata “la squadra” scelta da Parolaro, una squadra non politica ma di persone con una grande passione in comune e con i talenti necessari per concretizzare un programma ambizioso. L’urna, poi, l’ha fermata a un passo: un solo voto in meno. C’è chi davanti a un risultato così chiuderebbe la partita, lei no. Ha fatto sapere che continuerà a dare una mano dove serve, come ha sempre fatto. Per lei la differenza sta nel lavoro che resta, non nella carica che manca.
Nel bridge, come nella vita, un solo punto può stabilire la differenza tra vittoria e sconfitta. Ma quel punto non decide chi conta davvero. Forse è questo il senso della sua storia: dimostrare che un voto può toglierti una poltrona, ma non il diritto – e il piacere – di fare la differenza.


